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Il nastro bianco, una storia tedesca di bambini

Scritto da Nazzareno Mazzini - docente di cinema • Sabato, 19 dicembre 2009 • Categoria: Films


Das weiße Band - Eine deutsche Kindergeschichte è un recentissimo film di Michael Haneke, miglior film 2009 al Festival di Cannes. Girato in un bianco e nero finalmente non troppo al tratto, con tutte le sfumature di grigio, il film narra la storia di un villaggio (di religione protestante, luterana suppongo) della Germania del nord poco prima dell'inizio della Grande Guerra, con l'inizio della quale il film termina.

La ricostruzione è perfetta: dai costumi agli oggetti, dalle facce alle pettinature, dagli interni alle luci, dagli attrezzi agli sguardi, tutto è del 1914. Anche se c'è una voice over del maestro del villaggio, il racconto non ha protagonista: è un film corale sia perché si concentra sui ragazzi del coro del villaggio e le loro famiglie sia perché a tratti tutti i personaggi diventano protagonisti, il barone e la baronessa, l'intendente, il reverendo, il medico, la levatrice, i contadini, tutti i singoli bambini.

Già, perché, come recita il sottotitolo tenuto nascosto nella versione italiana quasi per non rilevare un segreto, è una storia di bambini: davvero incredibili, nella loro rigida impenetrabilità, nei loro silenzi, nei pochi dialoghi, queste ragazzine ragazzini sembrano dipinti.

Guardate il viso del ragazzo dell'immagine (che è quello della locandina): non è massimamente inquietante?

Ma dove li ha trovati, come è riuscito a trasformarli in bambini dell'inizio del secolo scorso?

Il film è davvero agghiacciante, più di Fanny games, il precedente lavoro di Haneke, che pur era davvero al limite del tollerabile (ma su questo torneremo).


La storia si dipana a spinte successive, con momenti di cupezza alternati a fotografie splendide, con lunghi piani sequenza immobili ma tesissimi, con ostentazione dell'orrore intuito mescolato alla crudeltà (i rapporti sessuali e i dialoghi fra medico e levatrice sono oggettivamente indimenticabili).

Haneke è pessimista nel profondo: poco si salva dell'umanità. Dietro il suo sguardo solo apparentemente freddo, c'è una visione del mondo senza pietà, senza sconti, che si riscatta con un'estetica inappuntabile, attentissima, secondo me profondamente partecipata e triste. Non c'entra (come è stato scritto) il nazismo nascente: per Haneke, c'entra - forse - l'uomo in quanto tale.

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